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"El periodista es insustituible" para Roberto Savio

Roberto Savio, economista, periodista y consultor internacional en temas de comunicación de ámbito global, en una entrevista concedida a Aurelio Martín para la FAPE, afirma con rotundidad que "el periodista es insustituible". "Estamos frente a un proceso de transición de un periodismo culto y analítico a otro que da al ciudadano lo que tiene que pensar", afirma a FAPE el creador de la agencia Inter Press Service (IPS).

Visita il sito: asociacionprensaalmeria.kactoo.com

80¬į compleanno di Roberto Savio

Cena medievale in occasione del 80¬į compleanno di Roberto Savio.

Corea del Nord: la strategia della sopravvivenza

La crisi coreana spiegata dall'esperto di politica internazionale Roberto Savio.

Roberto Savio è un giornalista, esperto di comunicazione, commentatore politico, attivista per la giustizia sociale e climatica e sostenitore della governance globale. Ha trascorso la maggior parte della sua carriera con l'Inter Press Service (IPS), l'agenzia di stampa che ha fondato nel 1964 insieme al giornalista argentino Pablo Piacentini.

I. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Nascita di un guerrigliero

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE I: Nascita di un guerrigliero di Roberto Savio.

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Empedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972.

Parte I - Nascita di un guerrigliero

Parte II - Le cause del fallimento

Parte III - Morte di un guerrigliero


Cortesia di Roberto Savio

Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non √© pi√Ļ possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi √® l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; cos√¨ come l'unica intervista al contadino che delat√≤ il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che √® la pi√Ļ importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novit√†. Come era una novit√† che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo √® totalmente diverso. √ą il tempo della narrazione che √® totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di pi√Ļ di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso √® quello di ottenere una risposta pi√Ļ corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo √® profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi pi√Ļ evidenti. Al di la della razionalit√† e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'√® dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetter√† di vedere ? alle vittime disposte ad investire pi√Ļ di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualit√† ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidariet√†" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha pi√Ļ bisogno delle armi. √ą la che controlla lo status quo, l'arma pi√Ļ terribile della conservazione. √ą la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di pi√Ļ in pubblicit√† per persona che in educazione,e dove il mercato √® diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

I. CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito: Nacimiento de un guerrillero

Versión con subtítulos en italiano
CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito. Parte I - "Nacimiento de un guerrillero"
de Roberto Savio

Filmación de Franco Lazzaretti, Giorgio Attenni, Antonio Eguino y Aldo Scarpa. Con la colaboración de Danilo Baroncini, Dina Nascetti y Empedocle Maffia.
Montaje de Luciano Benedetti.
Documental inédito en tres partes, realizado en 1972 por Roberto Savio. Investigación sobre el "Che" y entrevista al soldado que lo ejecutó.

Parte I - Nacimiento de un guerrillero
Parte II - Las causas de la derrota
Parte III - Muerte de un guerrillero
Cortesía de Roberto Savio

En este reportaje sobre el Che usted tendr√° la oportunidad de ver personas que ya no es posible entrevistar, porque muchos de ellos, como el caso de Allende, murieron poco despu√©s. Va a poder disfrutar de la √ļnica entrevista que ofreci√≥ el secretario general del Partido Comunista Boliviano, Mario Monje, a pesar de los ataques que recibi√≥ por parte de Cuba y de Fidel Castro; as√≠ como de otra entrevista al campesino que denunci√≥ al Che ante las tropas bolivianas y del sargento que lo mat√≥ en la escuela de La Higuera, donde el Che estaba herido.

Van a ver aqu√≠ la versi√≥n aut√©ntica del reportaje documental sobre el Che Guevara que realic√© en el 1972 y que termin√© de montar en los primeros meses del 1973. Este documento nunca fue retransmitido. La RAI, en la cual yo era el director de los servicios para Am√©rica Latina en aquel momento, la consider√≥ pol√≠ticamente inoportuna. El director de los servicios period√≠sticos, Willy de Luca, cuando acab√≥ de visualizar la moviola de compaginaci√≥n final en italiano me dijo: ‚ÄúRoberto, este servicio no le hace gracia a los cubanos; no le hace gracia a los sovi√©ticos; no le hace gracia a los americanos. ¬ŅPara quien lo has hecho?‚ÄĚ Y mi jefe directo, Sergio Zavoli, que hab√≠a venido cada d√≠a durante los dos meses de trabajo de compaginaci√≥n a mi despacho, y no hab√≠a dicho una palabra en contra de lo que ve√≠a, dijo: ‚ÄúWilly estoy totalmente de acuerdo contigo‚ÄĚ.

Moraleja: ese gran trabajo periodístico, era mejor dejarlo por un tiempo de lado. Me dieron como premio un viaje de un mes de duración, con todos los gastos pagados por la RAI al lugar al lugar del mundo que yo eligiera.

As√≠ que part√≠ para Jap√≥n, donde recib√≠ un telegrama del compaginador, Luciano Benedetti (en esa √©poca no hab√≠a ni fax y menos a√ļn Internet), en el que me avisaba de que De Luca y Zavoli estaban recompaginando por completo el reportaje. Puse un cable advirtiendo que, si bien el material pertenec√≠a a la RAI, no lo firmaran con mi nombre, a lo que Zavoli me contest√≥ que la calidad del material no los eximia de sus responsabilidades.

Al volver a Italia hice una declaración a los medios indicando que no había visto la transmisión italiana del documental firmado con mi nombre (de una duración muy limitada), y que no opinaba sobre ella. Solo quería que dejar claro que no era de mi autoría.

Esto levantó un escándalo mayor. De Luca me convocó para decirme dijo que al recibir un sueldo de la RAI podían disponer de mi firma. No acepté aquella tesis, nos peleamos y me destituyo como director de los servicios para América Latina. Quedé a disposición de la RAI por unos meses, esperando en mi casa sin hacer nada. Tenía prestigio como periodista, había ganado el Premio St. Vincent en el 1970, equivalente al Premio Nacional de Periodismo, precisamente con un gran documental sobre América Latina. Era parte del sistema y se esperaba que volviera a él, cosa que yo no tenía la menor intención de hacer. Pocos meses después, en una de las tantas reorganizaciones de la RAI que se realizaban con cada cambio en el gobierno italiano, Willy De Luca pasó a ser Director General de la RAI, y Sergio Zavoli su Presidente. Y con ese cambio de dirección me llegó la carta de despido. Recurrí en el Tribunal y condenaron a la RAI a pagarme una indemnización y a ser reintegrado a mi puesto. Tomé la indemnización y con ella seguí mi propio camino para crear un tipo de periodismo alternativo al sistema comercial.

Mientras De Luca y Zavoli montaban el documental a su modo y reduc√≠an la duraci√≥n de reportaje, tiraron a la basura todo el material con el cual yo ten√≠a planeado hacer dos servicios m√°s. Es una l√°stima, porqu√© se trataba de material sobre el papel de la CIA en Am√©rica Latina y una buena cantidad de entrevistas irrepetibles. Pero tuve la suerte de que el compa√Īero compaginador rob√≥ la copia de trabajo de la versi√≥n espa√Īola, que ellos no sab√≠an que yo estaba realizando simult√°neamente.

Esta copia, que era material de trabajo y que tiene cumple ahora 42 a√Īos, es la que se van a visualizar. De esta copia habr√≠a que haber obtenido la copia final, bien acabada, as√≠ que van a necesitar de una gran paciencia y cierta imaginaci√≥n para seguir el reportaje.

El contenido de esta copia est√° dividido en tres partes. Las dos primeras de una hora de duraci√≥n y la tercera de 76 minutos. Son tres partes deliberadamente y t√©cnicamente diferentes. La Primera, el camino del Che hasta su llegada a Cuba, es un cl√°sico documento de reconstrucci√≥n hist√≥rico. La Segunda es el cl√°sico reportaje period√≠stico sobre la muerte del Che. En aquella √©poca, la posici√≥n oficial era que hab√≠a muerto en combate, y este trabajo fue el primero en desmentirla: la versi√≥n que emiti√≥ la RAI dej√≥ pasar ese mensaje. La Tercera, que es la m√°s importante, esta construida como una encuesta de reflexi√≥n, f√≥rmula que en su √©poca era muy novedosa. Obviamente, hoy el lenguaje televiso es totalmente diferente. Es el tiempo de la imagen que es diferente. Es impensable hacer entrevistas de m√°s de cinco minutos. El sue√Īo del entrevistador de hoy es obtener una respuesta que sea m√°s breve que su pregunta.

Twitter es el nuevo medido de comunicación y tiene muchas ventajas. Pero, ciertamente, una de ella no es el análisis y la contextualización de los temas. El documental presenta al Che a través de los que le conocieron, desde el escolta que pensó en matarlo, hasta el campesino que lo denuncia, o al sargento que finalmente lo mata.

Yo conocí personalmente al Che, pero ese es un cuento para otra ocasión. En este documental el periodista deliberadamente sale de la pantalla y hace preguntas obvias, para que el espectador se sienta en diálogo directo con la realidad.

El mundo ha cambiado desde el 1973, pero las razones del Che para intentar parar el camino de la coexistencia pacifica, se hacen hoy m√°s evidentes. Mas all√° de lo racional y de lo realista que fuera el camino que lo lleva a morir en una escuelita de un pueblo en los Andes bolivianos, no hay duda que estamos de vuelta a los niveles de desigualdad social y de una finanza sin controles. Seg√ļn Oxfam, en el 2025, Inglaterra estar√° en los mismos niveles de injusticia social que en los tiempos de la Reina Victoria. En aquella √©poca un oscuro filosofo alem√°n, Karl Marx, escrib√≠a en la librer√≠a del British Museum sus denuncias contra la explotaci√≥n de ni√Īos y mujeres. Podemos considerar descabellado y pura aventura el camino del Che, pero tenemos que respetar su forma de sacrificio personal, que sab√≠a que al terminar el camino del enfrentamiento al capitalismo, el resultado certero era que se volv√≠a a una √©poca de explotaci√≥n y de injusticias.

Esta proyecci√≥n va a volver a dar, a las victimas que puedan dedicar m√°s de tres horas a mirar un material de mala calidad, un mundo diferente. Un mundo en el que la pol√≠tica significaba ideas y visiones, y no eficiencia administrativa. En la que hab√≠a gente dispuesta a morir por sus ideas, por equivocadas que estas fuesen. Un mundo en el cual los t√©rminos ‚Äújusticia social‚ÄĚ y ‚Äúsolidaridad‚ÄĚ eran parte del lenguaje pol√≠tico, que hoy los ha eliminado. Un mundo en el cual los ciudadanos cre√≠an que era posible cambiarlo, y las fuerzas que se opon√≠an al cambio, se expresaba con las armas. Hoy, desgraciadamente, no hay necesidad de armas. Las finanzas controlan el status quo que es la arma mas temible de la conservaci√≥n. En un mundo donde se gasta por persona m√°s en publicidad que en educaci√≥n, donde el mercado ha sustituido al hombre, creo que al final del documental la descubriremos que en cada uno de nosotros hay un peque√Īo Che.

Roberto Savio

II. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Le cause del fallimento

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE II: Le cause del fallimento di Roberto Savio

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Empedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972.
Un'inchiesta sul Che con intervista al soldato che lo uccise.

Parte I - Nascita di un guerrigliero
Parte II - Le cause del fallimento
Parte III - Morte di un guerrigliero
Cortesia di Roberto Savio

Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non √© pi√Ļ possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi √® l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; cos√¨ come l'unica intervista al contadino che delat√≤ il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che √® la pi√Ļ importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novit√†. Come era una novit√† che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo √® totalmente diverso. √ą il tempo della narrazione che √® totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di pi√Ļ di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso √® quello di ottenere una risposta pi√Ļ corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo √® profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi pi√Ļ evidenti. Al di la della razionalit√† e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'√® dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetter√† di vedere ? alle vittime disposte ad investire pi√Ļ di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualit√† ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidariet√†" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha pi√Ļ bisogno delle armi. √ą la che controlla lo status quo, l'arma pi√Ļ terribile della conservazione. √ą la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di pi√Ļ in pubblicit√† per persona che in educazione,e dove il mercato √® diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

II. CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito: Las causas de la derrota

Versión con subtítulos en italiano
CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito. Parte II - "Las causas de la derrota"
de Roberto Savio

Filmación de Franco Lazzaretti, Giorgio Attenni, Antonio Eguino y Aldo Scarpa. Con la colaboración de Danilo Baroncini, Dina Nascetti y Empedocle Maffia.
Montaje de Luciano Benedetti.
Documental inédito en tres partes realizado en 1972 por Roberto Savio. Investigación sobre el "Che" y entrevista al soldado que lo ejecutó.

Parte I - Nacimiento de un guerrillero
Parte II - Las causas de la derrota
Parte III - Muerte de un guerrillero
Cortesía de Roberto Savio

En este reportaje sobre el Che usted tendr√° la oportunidad de ver personas que ya no es posible entrevistar, porque muchos de ellos, como el caso de Allende, murieron poco despu√©s. Va a poder disfrutar de la √ļnica entrevista que ofreci√≥ el secretario general del Partido Comunista Boliviano, Mario Monje, a pesar de los ataques que recibi√≥ por parte de Cuba y de Fidel Castro; as√≠ como de otra entrevista al campesino que denunci√≥ al Che ante las tropas bolivianas y del sargento que lo mat√≥ en la escuela de La Higuera, donde el Che estaba herido.

Van a ver aqu√≠ la versi√≥n aut√©ntica del reportaje documental sobre el Che Guevara que realic√© en el 1972 y que termin√© de montar en los primeros meses del 1973. Este documento nunca fue retransmitido. La RAI, en la cual yo era el director de los servicios para Am√©rica Latina en aquel momento, la consider√≥ pol√≠ticamente inoportuna. El director de los servicios period√≠sticos, Willy de Luca, cuando acab√≥ de visualizar la moviola de compaginaci√≥n final en italiano me dijo: ‚ÄúRoberto, este servicio no le hace gracia a los cubanos; no le hace gracia a los sovi√©ticos; no le hace gracia a los americanos. ¬ŅPara quien lo has hecho?‚ÄĚ Y mi jefe directo, Sergio Zavoli, que hab√≠a venido cada d√≠a durante los dos meses de trabajo de compaginaci√≥n a mi despacho, y no hab√≠a dicho una palabra en contra de lo que ve√≠a, dijo: ‚ÄúWilly estoy totalmente de acuerdo contigo‚ÄĚ.

Moraleja: ese gran trabajo periodístico, era mejor dejarlo por un tiempo de lado. Me dieron como premio un viaje de un mes de duración, con todos los gastos pagados por la RAI al lugar al lugar del mundo que yo eligiera.

As√≠ que part√≠ para Jap√≥n, donde recib√≠ un telegrama del compaginador, Luciano Benedetti (en esa √©poca no hab√≠a ni fax y menos a√ļn Internet), en el que me avisaba de que De Luca y Zavoli estaban recompaginando por completo el reportaje. Puse un cable advirtiendo que, si bien el material pertenec√≠a a la RAI, no lo firmaran con mi nombre, a lo que Zavoli me contest√≥ que la calidad del material no los eximia de sus responsabilidades.

Al volver a Italia hice una declaración a los medios indicando que no había visto la transmisión italiana del documental firmado con mi nombre (de una duración muy limitada), y que no opinaba sobre ella. Solo quería que dejar claro que no era de mi autoría.

Esto levantó un escándalo mayor. De Luca me convocó para decirme dijo que al recibir un sueldo de la RAI podían disponer de mi firma. No acepté aquella tesis, nos peleamos y me destituyo como director de los servicios para América Latina. Quedé a disposición de la RAI por unos meses, esperando en mi casa sin hacer nada. Tenía prestigio como periodista, había ganado el Premio St. Vincent en el 1970, equivalente al Premio Nacional de Periodismo, precisamente con un gran documental sobre América Latina. Era parte del sistema y se esperaba que volviera a él, cosa que yo no tenía la menor intención de hacer. Pocos meses después, en una de las tantas reorganizaciones de la RAI que se realizaban con cada cambio en el gobierno italiano, Willy De Luca pasó a ser Director General de la RAI, y Sergio Zavoli su Presidente. Y con ese cambio de dirección me llegó la carta de despido. Recurrí en el Tribunal y condenaron a la RAI a pagarme una indemnización y a ser reintegrado a mi puesto. Tomé la indemnización y con ella seguí mi propio camino para crear un tipo de periodismo alternativo al sistema comercial.

Mientras De Luca y Zavoli montaban el documental a su modo y reduc√≠an la duraci√≥n de reportaje, tiraron a la basura todo el material con el cual yo ten√≠a planeado hacer dos servicios m√°s. Es una l√°stima, porqu√© se trataba de material sobre el papel de la CIA en Am√©rica Latina y una buena cantidad de entrevistas irrepetibles. Pero tuve la suerte de que el compa√Īero compaginador rob√≥ la copia de trabajo de la versi√≥n espa√Īola, que ellos no sab√≠an que yo estaba realizando simult√°neamente.

Esta copia, que era material de trabajo y que tiene cumple ahora 42 a√Īos, es la que se van a visualizar. De esta copia habr√≠a que haber obtenido la copia final, bien acabada, as√≠ que van a necesitar de una gran paciencia y cierta imaginaci√≥n para seguir el reportaje.

El contenido de esta copia est√° dividido en tres partes. Las dos primeras de una hora de duraci√≥n y la tercera de 76 minutos. Son tres partes deliberadamente y t√©cnicamente diferentes. La Primera, el camino del Che hasta su llegada a Cuba, es un cl√°sico documento de reconstrucci√≥n hist√≥rico. La Segunda es el cl√°sico reportaje period√≠stico sobre la muerte del Che. En aquella √©poca, la posici√≥n oficial era que hab√≠a muerto en combate, y este trabajo fue el primero en desmentirla: la versi√≥n que emiti√≥ la RAI dej√≥ pasar ese mensaje. La Tercera, que es la m√°s importante, esta construida como una encuesta de reflexi√≥n, f√≥rmula que en su √©poca era muy novedosa. Obviamente, hoy el lenguaje televiso es totalmente diferente. Es el tiempo de la imagen que es diferente. Es impensable hacer entrevistas de m√°s de cinco minutos. El sue√Īo del entrevistador de hoy es obtener una respuesta que sea m√°s breve que su pregunta.

Twitter es el nuevo medido de comunicación y tiene muchas ventajas. Pero, ciertamente, una de ella no es el análisis y la contextualización de los temas. El documental presenta al Che a través de los que le conocieron, desde el escolta que pensó en matarlo, hasta el campesino que lo denuncia, o al sargento que finalmente lo mata.

Yo conocí personalmente al Che, pero ese es un cuento para otra ocasión. En este documental el periodista deliberadamente sale de la pantalla y hace preguntas obvias, para que el espectador se sienta en diálogo directo con la realidad.

El mundo ha cambiado desde el 1973, pero las razones del Che para intentar parar el camino de la coexistencia pacifica, se hacen hoy m√°s evidentes. Mas all√° de lo racional y de lo realista que fuera el camino que lo lleva a morir en una escuelita de un pueblo en los Andes bolivianos, no hay duda que estamos de vuelta a los niveles de desigualdad social y de una finanza sin controles. Seg√ļn Oxfam, en el 2025, Inglaterra estar√° en los mismos niveles de injusticia social que en los tiempos de la Reina Victoria. En aquella √©poca un oscuro filosofo alem√°n, Karl Marx, escrib√≠a en la librer√≠a del British Museum sus denuncias contra la explotaci√≥n de ni√Īos y mujeres. Podemos considerar descabellado y pura aventura el camino del Che, pero tenemos que respetar su forma de sacrificio personal, que sab√≠a que al terminar el camino del enfrentamiento al capitalismo, el resultado certero era que se volv√≠a a una √©poca de explotaci√≥n y de injusticias.

Esta proyecci√≥n va a volver a dar, a las victimas que puedan dedicar m√°s de tres horas a mirar un material de mala calidad, un mundo diferente. Un mundo en el que la pol√≠tica significaba ideas y visiones, y no eficiencia administrativa. En la que hab√≠a gente dispuesta a morir por sus ideas, por equivocadas que estas fuesen. Un mundo en el cual los t√©rminos ‚Äújusticia social‚ÄĚ y ‚Äúsolidaridad‚ÄĚ eran parte del lenguaje pol√≠tico, que hoy los ha eliminado. Un mundo en el cual los ciudadanos cre√≠an que era posible cambiarlo, y las fuerzas que se opon√≠an al cambio, se expresaba con las armas. Hoy, desgraciadamente, no hay necesidad de armas. Las finanzas controlan el status quo que es la arma mas temible de la conservaci√≥n. En un mundo donde se gasta por persona m√°s en publicidad que en educaci√≥n, donde el mercado ha sustituido al hombre, creo que al final del documental la descubriremos que en cada uno de nosotros hay un peque√Īo Che.

Roberto Savio

III. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Morte di un guerrigliero

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE III: Morte di un guerrigliero di Roberto Savio

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Epedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972. Un'inchiesta sul Che con intervista al soldato che lo uccise.

Parte I - Nascita di un guerrigliero
Parte II - Le cause del fallimento
Parte III - Morte di un guerrigliero

Cortesia di Roberto Savio


Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non √© pi√Ļ possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi √® l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; cos√¨ come l'unica intervista al contadino che delat√≤ il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che √® la pi√Ļ importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novit√†. Come era una novit√† che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo √® totalmente diverso. √ą il tempo della narrazione che √® totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di pi√Ļ di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso √® quello di ottenere una risposta pi√Ļ corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo √® profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi pi√Ļ evidenti. Al di la della razionalit√† e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'√® dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetter√† di vedere ? alle vittime disposte ad investire pi√Ļ di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualit√† ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidariet√†" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha pi√Ļ bisogno delle armi. √ą la che controlla lo status quo, l'arma pi√Ļ terribile della conservazione. √ą la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di pi√Ļ in pubblicit√† per persona che in educazione,e dove il mercato √® diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

III. CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito: Muerte de un guerrillero

Versión con subtítulos en italiano
CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito. Parte III - "Muerte de un guerrillero"
de Roberto Savio

Filmación de Franco Lazzaretti, Giorgio Attenni, Antonio Eguino y Aldo Scarpa. Con la colaboración de Danilo Baroncini, Dina Nascetti y Empedocle Maffia.
Montaje de Luciano Benedetti.

Documental inédito en tres partes, realizado en 1972 por Roberto Savio. Investigación sobre el "Che" y entrevista al soldado que lo ejecutó.

Parte I - Nacimiento de un guerrillero
Parte II - Las causas de la derrota
Parte III - Muerte de un guerrillero

Cortesía de Roberto Savio

En este reportaje sobre el Che usted tendr√° la oportunidad de ver personas que ya no es posible entrevistar, porque muchos de ellos, como el caso de Allende, murieron poco despu√©s. Va a poder disfrutar de la √ļnica entrevista que ofreci√≥ el secretario general del Partido Comunista Boliviano, Mario Monje, a pesar de los ataques que recibi√≥ por parte de Cuba y de Fidel Castro; as√≠ como de otra entrevista al campesino que denunci√≥ al Che ante las tropas bolivianas y del sargento que lo mat√≥ en la escuela de La Higuera, donde el Che estaba herido.

Van a ver aqu√≠ la versi√≥n aut√©ntica del reportaje documental sobre el Che Guevara que realic√© en el 1972 y que termin√© de montar en los primeros meses del 1973. Este documento nunca fue retransmitido. La RAI, en la cual yo era el director de los servicios para Am√©rica Latina en aquel momento, la consider√≥ pol√≠ticamente inoportuna. El director de los servicios period√≠sticos, Willy de Luca, cuando acab√≥ de visualizar la moviola de compaginaci√≥n final en italiano me dijo: ‚ÄúRoberto, este servicio no le hace gracia a los cubanos; no le hace gracia a los sovi√©ticos; no le hace gracia a los americanos. ¬ŅPara quien lo has hecho?‚ÄĚ Y mi jefe directo, Sergio Zavoli, que hab√≠a venido cada d√≠a durante los dos meses de trabajo de compaginaci√≥n a mi despacho, y no hab√≠a dicho una palabra en contra de lo que ve√≠a, dijo: ‚ÄúWilly estoy totalmente de acuerdo contigo‚ÄĚ.

Moraleja: ese gran trabajo periodístico, era mejor dejarlo por un tiempo de lado. Me dieron como premio un viaje de un mes de duración, con todos los gastos pagados por la RAI al lugar al lugar del mundo que yo eligiera.

As√≠ que part√≠ para Jap√≥n, donde recib√≠ un telegrama del compaginador, Luciano Benedetti (en esa √©poca no hab√≠a ni fax y menos a√ļn Internet), en el que me avisaba de que De Luca y Zavoli estaban recompaginando por completo el reportaje. Puse un cable advirtiendo que, si bien el material pertenec√≠a a la RAI, no lo firmaran con mi nombre, a lo que Zavoli me contest√≥ que la calidad del material no los eximia de sus responsabilidades.

Al volver a Italia hice una declaración a los medios indicando que no había visto la transmisión italiana del documental firmado con mi nombre (de una duración muy limitada), y que no opinaba sobre ella. Solo quería que dejar claro que no era de mi autoría.

Esto levantó un escándalo mayor. De Luca me convocó para decirme dijo que al recibir un sueldo de la RAI podían disponer de mi firma. No acepté aquella tesis, nos peleamos y me destituyo como director de los servicios para América Latina. Quedé a disposición de la RAI por unos meses, esperando en mi casa sin hacer nada. Tenía prestigio como periodista, había ganado el Premio St. Vincent en el 1970, equivalente al Premio Nacional de Periodismo, precisamente con un gran documental sobre América Latina. Era parte del sistema y se esperaba que volviera a él, cosa que yo no tenía la menor intención de hacer. Pocos meses después, en una de las tantas reorganizaciones de la RAI que se realizaban con cada cambio en el gobierno italiano, Willy De Luca pasó a ser Director General de la RAI, y Sergio Zavoli su Presidente. Y con ese cambio de dirección me llegó la carta de despido. Recurrí en el Tribunal y condenaron a la RAI a pagarme una indemnización y a ser reintegrado a mi puesto. Tomé la indemnización y con ella seguí mi propio camino para crear un tipo de periodismo alternativo al sistema comercial.

Mientras De Luca y Zavoli montaban el documental a su modo y reduc√≠an la duraci√≥n de reportaje, tiraron a la basura todo el material con el cual yo ten√≠a planeado hacer dos servicios m√°s. Es una l√°stima, porqu√© se trataba de material sobre el papel de la CIA en Am√©rica Latina y una buena cantidad de entrevistas irrepetibles. Pero tuve la suerte de que el compa√Īero compaginador rob√≥ la copia de trabajo de la versi√≥n espa√Īola, que ellos no sab√≠an que yo estaba realizando simult√°neamente.

Esta copia, que era material de trabajo y que tiene cumple ahora 42 a√Īos, es la que se van a visualizar. De esta copia habr√≠a que haber obtenido la copia final, bien acabada, as√≠ que van a necesitar de una gran paciencia y cierta imaginaci√≥n para seguir el reportaje.

El contenido de esta copia est√° dividido en tres partes. Las dos primeras de una hora de duraci√≥n y la tercera de 76 minutos. Son tres partes deliberadamente y t√©cnicamente diferentes. La Primera, el camino del Che hasta su llegada a Cuba, es un cl√°sico documento de reconstrucci√≥n hist√≥rico. La Segunda es el cl√°sico reportaje period√≠stico sobre la muerte del Che. En aquella √©poca, la posici√≥n oficial era que hab√≠a muerto en combate, y este trabajo fue el primero en desmentirla: la versi√≥n que emiti√≥ la RAI dej√≥ pasar ese mensaje. La Tercera, que es la m√°s importante, esta construida como una encuesta de reflexi√≥n, f√≥rmula que en su √©poca era muy novedosa. Obviamente, hoy el lenguaje televiso es totalmente diferente. Es el tiempo de la imagen que es diferente. Es impensable hacer entrevistas de m√°s de cinco minutos. El sue√Īo del entrevistador de hoy es obtener una respuesta que sea m√°s breve que su pregunta.

Twitter es el nuevo medido de comunicación y tiene muchas ventajas. Pero, ciertamente, una de ella no es el análisis y la contextualización de los temas. El documental presenta al Che a través de los que le conocieron, desde el escolta que pensó en matarlo, hasta el campesino que lo denuncia, o al sargento que finalmente lo mata.

Yo conocí personalmente al Che, pero ese es un cuento para otra ocasión. En este documental el periodista deliberadamente sale de la pantalla y hace preguntas obvias, para que el espectador se sienta en diálogo directo con la realidad.

El mundo ha cambiado desde el 1973, pero las razones del Che para intentar parar el camino de la coexistencia pacifica, se hacen hoy m√°s evidentes. Mas all√° de lo racional y de lo realista que fuera el camino que lo lleva a morir en una escuelita de un pueblo en los Andes bolivianos, no hay duda que estamos de vuelta a los niveles de desigualdad social y de una finanza sin controles. Seg√ļn Oxfam, en el 2025, Inglaterra estar√° en los mismos niveles de injusticia social que en los tiempos de la Reina Victoria. En aquella √©poca un oscuro filosofo alem√°n, Karl Marx, escrib√≠a en la librer√≠a del British Museum sus denuncias contra la explotaci√≥n de ni√Īos y mujeres. Podemos considerar descabellado y pura aventura el camino del Che, pero tenemos que respetar su forma de sacrificio personal, que sab√≠a que al terminar el camino del enfrentamiento al capitalismo, el resultado certero era que se volv√≠a a una √©poca de explotaci√≥n y de injusticias.

Esta proyecci√≥n va a volver a dar, a las victimas que puedan dedicar m√°s de tres horas a mirar un material de mala calidad, un mundo diferente. Un mundo en el que la pol√≠tica significaba ideas y visiones, y no eficiencia administrativa. En la que hab√≠a gente dispuesta a morir por sus ideas, por equivocadas que estas fuesen. Un mundo en el cual los t√©rminos ‚Äújusticia social‚ÄĚ y ‚Äúsolidaridad‚ÄĚ eran parte del lenguaje pol√≠tico, que hoy los ha eliminado. Un mundo en el cual los ciudadanos cre√≠an que era posible cambiarlo, y las fuerzas que se opon√≠an al cambio, se expresaba con las armas. Hoy, desgraciadamente, no hay necesidad de armas. Las finanzas controlan el status quo que es la arma mas temible de la conservaci√≥n. En un mundo donde se gasta por persona m√°s en publicidad que en educaci√≥n, donde el mercado ha sustituido al hombre, creo que al final del documental la descubriremos que en cada uno de nosotros hay un peque√Īo Che.

Roberto Savio