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Tall El Zaatar (1977) di Mustafa Abu Ali, Pino Adriano e Jean Chamoun

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"Durante i 57 giorni di violenta battaglia, nessuna macchina da presa ha potuto avvicinarsi al campo di Tall el Zaatar"; "Le testimonianze della popolazione, dei combattenti e dei responsabili politici, militari e sanitari del campo sono state raccolte alla fine di agosto 1976". Due frasi, prima dei i titoli di testa, che riassumono bene il senso del film: cioè la testimonianza corale su un episodio tra i più atroci ed eroici della storia del popolo palestinese. E quindi la ricostruzione e la storia del campo-quartiere di Tall el Zaatar e della sua resistenza, così come l'hanno raccontata i protagonisti: gli uomini, le donne e i bambini palestinesi e libanesi abitanti nel campo e sopravvissuti alla tragedia.

3 commenti


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8 Dicembre 2023
20:50

Veramente duro il destino del popolo palestinese sembra non uscire dalla tragedia. Tall El Zatar è un antesignano di Gaza

Annalisa Zanuttim

8 Dicembre 2023
16:26

Impressionante rivedere oggi le stesse immagini del film...però... da Gaza. Una storia senza fine di odio, morte, dolore. Un film importante!!

tom

7 Dicembre 2023
17:53

Un film importante, questo sul massacro di Tall El Zatar, tra i più citati nella saggistica del cinema militante, a suo modo "leggendario" perché per tre decenni è stato considerato perduto e poi ritrovato e ritrovato nel 2011. Amato anche dagli storici che hanno scoperto come sia possibile fare storia a partire dai frammenti d'archivio (in questo caso, l'AAMOD, l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma) risultanti dagli scambi dei cineasti palestinesi con le istituzioni europee in generale e delle istituzioni italiane in particolare. Tall El Zatar è infatti il frutto della prima vera coproduzione importante tra l'Istituto Palestinese per il Cinema (che fa capo all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e l'AAMOD legato al Partito Comunista Italiano. Una collaborazione vera, profonda, che riguarda tutti i vari settori del fare cinema: quello della scrittura (della concezione politica), della regia e della distribuzione. Una collaborazione che si basa su legami forti, su una rete che comprendeva funzionari di entrambe le organizzazioni politiche, registi, produttori, attori, montatori, doppiatori, militanti e così via. Un'operazione voluta dal gruppo straordinario di cineasti e filmaker che avevano organizzato le riprese a Beirut, ma che non avevano le strutture giuste per gestire la complicata fase di montaggio. E che dopo aver visto il documentario con quale abbiamo aperto questa rassegna (Al Fatah - Palestina) hanno deciso che quella del PCI era la struttura giusta per chiudere il documentario nel migliore di modi. Così dicembre del 1977 Tall El Zatar era finalmente pronto per essere presentato nella giornata di chiusura del Festival dei Popoli di Firenze. E' il primo film, che io sappia, che introduce un'analisi di tipo marxista per mettere in evidenza i rapporti di classe come snodo fondamentale per spiegare la situazione. Un campo che si trova al centro di una zona industriale, con i proprietari delle fabbriche, fascisti e reazionari, che sono gli stessi che detengono il potere politico in Libano. Gli stessi che organizzano le squadracce dei miliziani della Falange, delle Tigri del Libano e dei cristiano-maroniti, quelli incaricati di fare il lavoro sporco, insieme con l'esercito siriano e la collaborazione dei sionisti israeliani. Uomini, donne, bambini, anziani, infermieri della Croce Rossa. Una mattanza senza fine e senza pietà. Ma più del racconto di una strage, Tall El Zaatar racconta la storia della resistenza di un popolo. Il film si conclude con una sequenza di grande impatto emotivo, incentrata sullo strazio delle persone appena uscite dai campi. L'atmosfera è enfatizzata da Mustafa al-Kurd che canta la sua versione malinconica di "Biladi Biladi", e la sequenza si conclude con una citazione dal discorso di Yasser Arafat alle Nazioni Unite: "La guerra è scoppiata dalla Palestina, la pace verrà dalla Palestina". Parole che servono a ricordarci che l'obiettivo finale della dolorosa lotta dei palestinesi è, come sempre, il ritorno in Palestina.

Giandomenico Curi