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Terrorismo nero e silenzi di stato: Il caso Mario Amato

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Amato aveva denunciato per mesi la crescita del terrorismo neofascista, aveva chiesto rinforzi, aveva scritto – insieme a 33 colleghi – una lettera al Consiglio Superiore della Magistratura per segnalare il pericolo imminente. Nessuno lo ascoltò.

«Se non fosse stato così zelante, così determinato a recarsi in ufficio alla mattina presto, sarebbe ancora vivo».
Con queste parole, il procuratore capo De Matteo commentò l’assassinio del giudice Mario Amato, ucciso il 23 giugno 1980 da un militante dei NAR mentre attendeva l’autobus per recarsi al lavoro.

Una frase che lasciò attonita l’opinione pubblica e che riassume, nella sua crudezza, l’isolamento di un uomo lasciato solo.

Solo, inascoltato, osteggiato da chi avrebbe dovuto proteggerlo, Mario Amato divenne il bersaglio perfetto per chi voleva colpire lo Stato colpendo uno dei suoi servitori più fedeli.
La sua storia è quella di un magistrato dimenticato, di un’Italia che non volle vedere e di un sacrificio che ancora oggi interroga le coscienze.

Un racconto necessario per comprendere fino in fondo la stagione più buia della Repubblica: gli anni di piombo.

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