Una giovane femmina dal manto dorato riposa sul ciglio di una tana. I suoi genitori si sono allontanati perché solo cacciando in coppia possono catturare una preda grande abbastanza per
nutrire la famiglia. Per prendere un cucciolo di gazzella, infatti, è necessaria una mossa diversiva che allontani la madre, mentre se si trova una carcassa bisogna essere almeno in due per strappare un boccone agli avvoltoi e alle iene. Alla tana intanto la giovane femmina sorveglia i suoi tre fratellini, nati da poche settimane e già rapiti da una irrefrenabile voglia di esplorare che ne farebbe facili vittime dei predatori. Questa curiosa forma di collaborazione tra più generazioni è forse la principale chiave di successo dello sciacallo dorato, un predatore relativamente piccolo ma straordinariamente adattabile, in grado persino di sopravvivere nel deserto, rinunciando all'acqua e accontentandosi dell'umidità contenuta nel corpo delle sue prede. Pochi sanno che in tempi antichissimi fu proprio uno di questi canidi ad avvicinarsi ai primitivi insediamenti umani, stringendo con l'uomo un rapporto forse dapprima solo di reciproca utilità, ma che divenne presto un formidabile legame d'affetto e devozione.