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8 Maggio
C'è un motivo se il film Le città di pianura ha conquistato otto David di Donatello: perché dietro l'apparenza di un film alcolico e sgangherato nasconde una delle domande più profonde del nostro tempo. Come si resta umani dentro vite fragili, disordinate, apparentemente fallite? Francesco Sossai ci fa attraversare una provincia veneta fatta di bar, strade secondarie, notti infinite e personaggi ai margini. Ma in realtà parla di tutti noi. Di quella malinconia che spesso si nasconde dietro le battute, del bisogno di compagnia, della paura di restare soli. I protagonisti bevono, sbagliano, arrancano, eppure continuano a cercare un incontro, una parola, una presenza che renda meno pesante il cammino. È questo il cuore più vero del film: la salvezza possibile nelle relazioni umane. Non nelle imprese eroiche, ma nei gesti minimi. Un passaggio in auto, una conversazione stonata, un silenzio condiviso. In un tempo dominato dalla competizione e dall'efficienza, Le città di pianura restituisce dignità agli sconfitti, agli irregolari, a chi non ce l'ha fatta ma continua comunque a vivere. Forse è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno oggi: qualcuno che ci ricordi che la fragilità non è una colpa e che nessuna vita è davvero inutile se riesce ancora a generare vicinanza, compassione, umanità.