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80° compleanno di Roberto Savio

Cena medievale in occasione del 80° compleanno di Roberto Savio.

"El periodista es insustituible" para Roberto Savio

Roberto Savio, economista, periodista y consultor internacional en temas de comunicación de ámbito global, en una entrevista concedida a Aurelio Martín para la FAPE, afirma con rotundidad que "el periodista es insustituible". "Estamos frente a un proceso de transición de un periodismo culto y analítico a otro que da al ciudadano lo que tiene que pensar", afirma a FAPE el creador de la agencia Inter Press Service (IPS).

Visita il sito: asociacionprensaalmeria.kactoo.com

III. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Morte di un guerrigliero

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE III: Morte di un guerrigliero di Roberto Savio

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Epedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972. Un'inchiesta sul Che con intervista al soldato che lo uccise.

Parte I - Nascita di un guerrigliero
Parte II - Le cause del fallimento
Parte III - Morte di un guerrigliero

Cortesia di Roberto Savio


Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non é più possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi è l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; così come l'unica intervista al contadino che delatò il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che è la più importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novità. Come era una novità che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo è totalmente diverso. È il tempo della narrazione che è totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di più di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso è quello di ottenere una risposta più corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo è profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi più evidenti. Al di la della razionalità e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'è dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetterà di vedere ? alle vittime disposte ad investire più di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualità ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidarietà" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha più bisogno delle armi. È la che controlla lo status quo, l'arma più terribile della conservazione. È la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di più in pubblicità per persona che in educazione,e dove il mercato è diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

II. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Le cause del fallimento

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE II: Le cause del fallimento di Roberto Savio

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Empedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972.
Un'inchiesta sul Che con intervista al soldato che lo uccise.

Parte I - Nascita di un guerrigliero
Parte II - Le cause del fallimento
Parte III - Morte di un guerrigliero
Cortesia di Roberto Savio

Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non é più possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi è l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; così come l'unica intervista al contadino che delatò il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che è la più importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novità. Come era una novità che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo è totalmente diverso. È il tempo della narrazione che è totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di più di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso è quello di ottenere una risposta più corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo è profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi più evidenti. Al di la della razionalità e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'è dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetterà di vedere ? alle vittime disposte ad investire più di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualità ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidarietà" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha più bisogno delle armi. È la che controlla lo status quo, l'arma più terribile della conservazione. È la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di più in pubblicità per persona che in educazione,e dove il mercato è diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

I. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Nascita di un guerrigliero

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE I: Nascita di un guerrigliero di Roberto Savio.

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Empedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972.

Parte I - Nascita di un guerrigliero

Parte II - Le cause del fallimento

Parte III - Morte di un guerrigliero


Cortesia di Roberto Savio

Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non é più possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi è l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; così come l'unica intervista al contadino che delatò il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che è la più importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novità. Come era una novità che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo è totalmente diverso. È il tempo della narrazione che è totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di più di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso è quello di ottenere una risposta più corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo è profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi più evidenti. Al di la della razionalità e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'è dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetterà di vedere ? alle vittime disposte ad investire più di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualità ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidarietà" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha più bisogno delle armi. È la che controlla lo status quo, l'arma più terribile della conservazione. È la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di più in pubblicità per persona che in educazione,e dove il mercato è diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

I. CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito: Nacimiento de un guerrillero

Versión con subtítulos en italiano
CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito. Parte I - "Nacimiento de un guerrillero"
de Roberto Savio

Filmación de Franco Lazzaretti, Giorgio Attenni, Antonio Eguino y Aldo Scarpa. Con la colaboración de Danilo Baroncini, Dina Nascetti y Empedocle Maffia.
Montaje de Luciano Benedetti.
Documental inédito en tres partes, realizado en 1972 por Roberto Savio. Investigación sobre el "Che" y entrevista al soldado que lo ejecutó.


Parte I - Nacimiento de un guerrillero
Parte II - Las causas de la derrota
Parte III - Muerte de un guerrillero
Cortesía de Roberto Savio



Este reportaje sobre el Che permite ver personas que ya no es posible entrevistar. Muchos de ellos, como Salvador Allende, murieron poco después. Se podrá apreciar la única entrevista que ofreció el secretario general del Partido Comunista Boliviano, Mario Monje, a pesar de los ataques que recibió por parte de Cuba y de Fidel Castro; así como otra entrevista, al campesino que denunció al Che ante las tropas bolivianas y del sargento que lo ejecutó en la escuela de La Higuera, donde el Che estaba herido.

Esta es la versión original del reportaje documental sobre el Che Guevara que realicé en el 1972 y que terminé de montar en los primeros meses del 1973. Este documento nunca fue retransmitido. La RAI, donde yo era director de los servicios para América Latina en aquel momento, la consideró políticamente inoportuna.
El director de los servicios periodísticos, Willy de Luca, cuando acabó de visualizar la moviola de compaginación final en italiano me dijo: "Roberto, este servicio no le hace gracia a los cubanos; no le hace gracia a los soviéticos; no le hace gracia a los americanos. ¿Para quién lo has hecho?" Y mi jefe directo, Sergio Zavoli, que había venido a mi despacho cada día durante los dos meses de trabajo de compaginación y no había dicho una palabra en contra de lo que veía, dijo: "Willy estoy totalmente de acuerdo contigo".

Moraleja: era mejor dejar por un tiempo de lado ese enorme trabajo periodístico. Me dieron como premio un viaje de un mes de duración, con todos los gastos pagados por la RAI al lugar al lugar del mundo que yo eligiera.

Así que partí para Japón, donde recibí un telegrama del compaginador, Luciano Benedetti (en esa época no había ni fax y menos aún Internet), en el que me avisaba que De Luca y Zavoli estaban rehaciendo por completo el reportaje. Envié un cable advirtiendo que, si bien el material pertenecía a la RAI, no lo firmaran con mi nombre, a lo que Zavoli me contestó que la calidad del material no los eximía de sus responsabilidades.
Al volver a Italia hice una declaración a los medios indicando que no había visto la transmisión italiana del documental firmado con mi nombre (de una duración muy limitada), y que no opinaba sobre ella. Solo quería que dejar claro que no era de mi responsabilidad.

Esto levantó un gran escándalo. De Luca me convocó para decirme dijo que al recibir un sueldo de la RAI podían disponer de mi firma. No acepté esa tesis, nos peleamos y me destituyó como director de los servicios para América Latina. Quedé a disposición de la RAI por unos meses, esperando en mi casa sin hacer nada. Tenía prestigio como periodista, en 1970 había ganado el Premio St. Vincent , equivalente al Premio Nacional de Periodismo, precisamente con un gran documental sobre América Latina. Al ser parte del sistema, se esperaba que volviera a él, cosa que yo no tenía la menor intención de hacer.
Pocos meses después, en una de las tantas reorganizaciones de la RAI que se realizaban con cada cambio de gobierno en Italia, Willy De Luca pasó a ser Director General y Sergio Zavoli Presidente. Con ese cambio de dirección me llegó la carta de despido. Recurrí en Tribunal y condenaron a la RAI a pagarme una indemnización y a ser reintegrado en mi cargo. Tomé la indemnización y con ella seguí mi propio camino para crear un tipo de periodismo alternativo al sistema comercial.

Mientras De Luca y Zavoli montaban el documental a su manera y reducían su duración, tiraron a la basura todo el material con el cual yo tenía planeado hacer dos servicios más. Es una lástima, porque se trataba de material sobre el papel de la CIA en América Latina y una buena cantidad de entrevistas únicas. Pero tuve la suerte de que el compañero compaginador robó la copia del trabajo de la versión española, que ellos no sabían que yo estaba haciendo simultáneamente.

Esta copia, que era material de trabajo y que cumple ahora 42 años, es la que ahora van a visualizar. De esta copia habría que haber obtenido la copia final, bien acabada, así es que será necesaria una gran paciencia y cierta imaginación para seguir el reportaje.

El contenido de esta copia está dividido en tres partes. Las dos primeras de una hora de duración y la tercera de 76 minutos. Son tres partes deliberada y técnicamente diferentes. La primera, el camino del Che hasta su llegada a Cuba, es un típico documento de reconstrucción histórica. La Segunda es el clásico reportaje periodístico sobre la muerte del Che.
En aquella época, la posición oficial era que el Che había muerto en combate y este trabajo fue el primero en desmentirla: la versión que emitió la RAI dejó pasar ese mensaje. La Tercera, que es la más importante, está elaborada como una entrevista de reflexión, una fórmula que en su época era muy novedosa.
Obviamente, hoy el lenguaje televiso es totalmente diferente. Es el tiempo de la imagen lo que es diferente. Es impensable hacer entrevistas de más de cinco minutos. El sueño del entrevistador de hoy es obtener una respuesta que sea más breve que su pregunta.

Twitter es un nuevo medio de comunicación que tiene muchas ventajas. Pero, por cierto una de ellas no es el análisis y la contextualización de los temas. El documental presenta al Che a través de los que le conocieron, desde el escolta que pensó en matarlo, hasta el campesino que lo denuncia, o al sargento que finalmente lo mata.

Yo conocí personalmente al Che, pero esa es una historia para otra ocasión. En este documental, el periodista deliberadamente sale de la pantalla y hace preguntas obvias, para que el espectador se sienta en diálogo directo con la realidad.

El mundo ha cambiado desde 1973, pero las razones del Che para intentar parar el camino de la coexistencia pacífica, se hacen hoy más evidentes. Más allá de lo racional y de lo realista que fuera el camino que lo lleva a morir en una escuelita de un pueblo en los Andes bolivianos, no hay duda que estamos de vuelta a los niveles de desigualdad social y de una finanza sin controles.
Según Oxfam, en 2025, Inglaterra regresará a los mismos niveles de injusticia social de los tiempos de la Reina Victoria. En aquella época un desconocido filósofo alemán, Karl Marx, escribía en la librería del British Museum sus denuncias contra la explotación de niños y mujeres.
Podemos considerar descabellado y pura aventura el camino del Che, pero tenemos que respetar su forma de sacrificio personal, ya que sabía que al fin del camino del enfrentamiento al capitalismo, el resultado certero era que se volvía a una época de explotación y de injusticias.

Esta proyección va a volver a mostrar, --a las "víctimas" que estén dispuestas a invertir más de tres horas a mirar un material de mala calidad-- un mundo diferente. Un mundo en el que la política significaba ideas y visiones y no eficiencia administrativa. En la que había gente dispuesta a morir por sus ideales, por equivocados que estos pudiesen haber sido. Un mundo en el cual los términos "justicia social" y "solidaridad" eran parte del lenguaje político y que hoy han sido eliminados. Un mundo en el cual los ciudadanos creían que era posible el cambio, mientras las fuerzas opuestas se expresaban con las armas.
Hoy, desgraciadamente, no hay necesidad de armas. Las finanzas controlan el status quo, el arma más temible del conservadurismo. En un mundo donde se gasta más por persona en publicidad que en educación, donde el mercado ha sustituido al hombre, creo que al final del documental descubriremos que en cada uno de nosotros hay un pequeño Che.

Roberto Savio

II. CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito: Las causas de la derrota

Versión con subtítulos en italiano
CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito. Parte II - "Las causas de la derrota"
de Roberto Savio

Filmación de Franco Lazzaretti, Giorgio Attenni, Antonio Eguino y Aldo Scarpa. Con la colaboración de Danilo Baroncini, Dina Nascetti y Empedocle Maffia.
Montaje de Luciano Benedetti.
Documental inédito en tres partes realizado en 1972 por Roberto Savio. Investigación sobre el "Che" y entrevista al soldado que lo ejecutó.

Parte I - Nacimiento de un guerrillero
Parte II - Las causas de la derrota
Parte III - Muerte de un guerrillero
Cortesía de Roberto Savio

Este reportaje sobre el Che permite ver personas que ya no es posible entrevistar. Muchos de ellos, como Salvador Allende, murieron poco después. Se podrá apreciar la única entrevista que ofreció el secretario general del Partido Comunista Boliviano, Mario Monje, a pesar de los ataques que recibió por parte de Cuba y de Fidel Castro; así como otra entrevista, al campesino que denunció al Che ante las tropas bolivianas y del sargento que lo ejecutó en la escuela de La Higuera, donde el Che estaba herido.

Esta es la versión original del reportaje documental sobre el Che Guevara que realicé en el 1972 y que terminé de montar en los primeros meses del 1973. Este documento nunca fue retransmitido. La RAI, donde yo era director de los servicios para América Latina en aquel momento, la consideró políticamente inoportuna.
El director de los servicios periodísticos, Willy de Luca, cuando acabó de visualizar la moviola de compaginación final en italiano me dijo: "Roberto, este servicio no le hace gracia a los cubanos; no le hace gracia a los soviéticos; no le hace gracia a los americanos. ¿Para quién lo has hecho?" Y mi jefe directo, Sergio Zavoli, que había venido a mi despacho cada día durante los dos meses de trabajo de compaginación y no había dicho una palabra en contra de lo que veía, dijo: "Willy estoy totalmente de acuerdo contigo".

Moraleja: era mejor dejar por un tiempo de lado ese enorme trabajo periodístico. Me dieron como premio un viaje de un mes de duración, con todos los gastos pagados por la RAI al lugar al lugar del mundo que yo eligiera.

Así que partí para Japón, donde recibí un telegrama del compaginador, Luciano Benedetti (en esa época no había ni fax y menos aún Internet), en el que me avisaba que De Luca y Zavoli estaban rehaciendo por completo el reportaje. Envié un cable advirtiendo que, si bien el material pertenecía a la RAI, no lo firmaran con mi nombre, a lo que Zavoli me contestó que la calidad del material no los eximía de sus responsabilidades.
Al volver a Italia hice una declaración a los medios indicando que no había visto la transmisión italiana del documental firmado con mi nombre (de una duración muy limitada), y que no opinaba sobre ella. Solo quería que dejar claro que no era de mi responsabilidad.

Esto levantó un gran escándalo. De Luca me convocó para decirme dijo que al recibir un sueldo de la RAI podían disponer de mi firma. No acepté esa tesis, nos peleamos y me destituyó como director de los servicios para América Latina. Quedé a disposición de la RAI por unos meses, esperando en mi casa sin hacer nada. Tenía prestigio como periodista, en 1970 había ganado el Premio St. Vincent , equivalente al Premio Nacional de Periodismo, precisamente con un gran documental sobre América Latina. Al ser parte del sistema, se esperaba que volviera a él, cosa que yo no tenía la menor intención de hacer.
Pocos meses después, en una de las tantas reorganizaciones de la RAI que se realizaban con cada cambio de gobierno en Italia, Willy De Luca pasó a ser Director General y Sergio Zavoli Presidente. Con ese cambio de dirección me llegó la carta de despido. Recurrí en Tribunal y condenaron a la RAI a pagarme una indemnización y a ser reintegrado en mi cargo. Tomé la indemnización y con ella seguí mi propio camino para crear un tipo de periodismo alternativo al sistema comercial.

Mientras De Luca y Zavoli montaban el documental a su manera y reducían su duración, tiraron a la basura todo el material con el cual yo tenía planeado hacer dos servicios más. Es una lástima, porque se trataba de material sobre el papel de la CIA en América Latina y una buena cantidad de entrevistas únicas. Pero tuve la suerte de que el compañero compaginador robó la copia del trabajo de la versión española, que ellos no sabían que yo estaba haciendo simultáneamente.

Esta copia, que era material de trabajo y que cumple ahora 42 años, es la que ahora van a visualizar. De esta copia habría que haber obtenido la copia final, bien acabada, así es que será necesaria una gran paciencia y cierta imaginación para seguir el reportaje.

El contenido de esta copia está dividido en tres partes. Las dos primeras de una hora de duración y la tercera de 76 minutos. Son tres partes deliberada y técnicamente diferentes. La primera, el camino del Che hasta su llegada a Cuba, es un típico documento de reconstrucción histórica. La Segunda es el clásico reportaje periodístico sobre la muerte del Che.
En aquella época, la posición oficial era que el Che había muerto en combate y este trabajo fue el primero en desmentirla: la versión que emitió la RAI dejó pasar ese mensaje. La Tercera, que es la más importante, está elaborada como una entrevista de reflexión, una fórmula que en su época era muy novedosa.
Obviamente, hoy el lenguaje televiso es totalmente diferente. Es el tiempo de la imagen lo que es diferente. Es impensable hacer entrevistas de más de cinco minutos. El sueño del entrevistador de hoy es obtener una respuesta que sea más breve que su pregunta.

Twitter es un nuevo medio de comunicación que tiene muchas ventajas. Pero, por cierto una de ellas no es el análisis y la contextualización de los temas. El documental presenta al Che a través de los que le conocieron, desde el escolta que pensó en matarlo, hasta el campesino que lo denuncia, o al sargento que finalmente lo mata.

Yo conocí personalmente al Che, pero esa es una historia para otra ocasión. En este documental, el periodista deliberadamente sale de la pantalla y hace preguntas obvias, para que el espectador se sienta en diálogo directo con la realidad.

El mundo ha cambiado desde 1973, pero las razones del Che para intentar parar el camino de la coexistencia pacífica, se hacen hoy más evidentes. Más allá de lo racional y de lo realista que fuera el camino que lo lleva a morir en una escuelita de un pueblo en los Andes bolivianos, no hay duda que estamos de vuelta a los niveles de desigualdad social y de una finanza sin controles.
Según Oxfam, en 2025, Inglaterra regresará a los mismos niveles de injusticia social de los tiempos de la Reina Victoria. En aquella época un desconocido filósofo alemán, Karl Marx, escribía en la librería del British Museum sus denuncias contra la explotación de niños y mujeres.
Podemos considerar descabellado y pura aventura el camino del Che, pero tenemos que respetar su forma de sacrificio personal, ya que sabía que al fin del camino del enfrentamiento al capitalismo, el resultado certero era que se volvía a una época de explotación y de injusticias.

Esta proyección va a volver a mostrar, --a las "víctimas" que estén dispuestas a invertir más de tres horas a mirar un material de mala calidad-- un mundo diferente. Un mundo en el que la política significaba ideas y visiones y no eficiencia administrativa. En la que había gente dispuesta a morir por sus ideales, por equivocados que estos pudiesen haber sido. Un mundo en el cual los términos "justicia social" y "solidaridad" eran parte del lenguaje político y que hoy han sido eliminados. Un mundo en el cual los ciudadanos creían que era posible el cambio, mientras las fuerzas opuestas se expresaban con las armas.
Hoy, desgraciadamente, no hay necesidad de armas. Las finanzas controlan el status quo, el arma más temible del conservadurismo. En un mundo donde se gasta más por persona en publicidad que en educación, donde el mercado ha sustituido al hombre, creo que al final del documental descubriremos que en cada uno de nosotros hay un pequeño Che.

Roberto Savio


III. CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito: Muerte de un guerrillero

Versión con subtítulos en italiano
CHE GUEVARA - Investigación sobre un mito. Parte III - "Muerte de un guerrillero"
de Roberto Savio

Filmación de Franco Lazzaretti, Giorgio Attenni, Antonio Eguino y Aldo Scarpa. Con la colaboración de Danilo Baroncini, Dina Nascetti y Empedocle Maffia.
Montaje de Luciano Benedetti.

Documental inédito en tres partes, realizado en 1972 por Roberto Savio. Investigación sobre el "Che" y entrevista al soldado que lo ejecutó.


Parte I - Nacimiento de un guerrillero
Parte II - Las causas de la derrota
Parte III - Muerte de un guerrillero

Cortesía de Roberto Savio



Este reportaje sobre el Che permite ver personas que ya no es posible entrevistar. Muchos de ellos, como Salvador Allende, murieron poco después. Se podrá apreciar la única entrevista que ofreció el secretario general del Partido Comunista Boliviano, Mario Monje, a pesar de los ataques que recibió por parte de Cuba y de Fidel Castro; así como otra entrevista, al campesino que denunció al Che ante las tropas bolivianas y del sargento que lo ejecutó en la escuela de La Higuera, donde el Che estaba herido.

Esta es la versión original del reportaje documental sobre el Che Guevara que realicé en el 1972 y que terminé de montar en los primeros meses del 1973. Este documento nunca fue retransmitido. La RAI, donde yo era director de los servicios para América Latina en aquel momento, la consideró políticamente inoportuna.
El director de los servicios periodísticos, Willy de Luca, cuando acabó de visualizar la moviola de compaginación final en italiano me dijo: "Roberto, este servicio no le hace gracia a los cubanos; no le hace gracia a los soviéticos; no le hace gracia a los americanos. ¿Para quién lo has hecho?" Y mi jefe directo, Sergio Zavoli, que había venido a mi despacho cada día durante los dos meses de trabajo de compaginación y no había dicho una palabra en contra de lo que veía, dijo: "Willy estoy totalmente de acuerdo contigo".

Moraleja: era mejor dejar por un tiempo de lado ese enorme trabajo periodístico. Me dieron como premio un viaje de un mes de duración, con todos los gastos pagados por la RAI al lugar al lugar del mundo que yo eligiera.

Así que partí para Japón, donde recibí un telegrama del compaginador, Luciano Benedetti (en esa época no había ni fax y menos aún Internet), en el que me avisaba que De Luca y Zavoli estaban rehaciendo por completo el reportaje. Envié un cable advirtiendo que, si bien el material pertenecía a la RAI, no lo firmaran con mi nombre, a lo que Zavoli me contestó que la calidad del material no los eximía de sus responsabilidades.
Al volver a Italia hice una declaración a los medios indicando que no había visto la transmisión italiana del documental firmado con mi nombre (de una duración muy limitada), y que no opinaba sobre ella. Solo quería que dejar claro que no era de mi responsabilidad.

Esto levantó un gran escándalo. De Luca me convocó para decirme dijo que al recibir un sueldo de la RAI podían disponer de mi firma. No acepté esa tesis, nos peleamos y me destituyó como director de los servicios para América Latina. Quedé a disposición de la RAI por unos meses, esperando en mi casa sin hacer nada. Tenía prestigio como periodista, en 1970 había ganado el Premio St. Vincent , equivalente al Premio Nacional de Periodismo, precisamente con un gran documental sobre América Latina. Al ser parte del sistema, se esperaba que volviera a él, cosa que yo no tenía la menor intención de hacer.
Pocos meses después, en una de las tantas reorganizaciones de la RAI que se realizaban con cada cambio de gobierno en Italia, Willy De Luca pasó a ser Director General y Sergio Zavoli Presidente. Con ese cambio de dirección me llegó la carta de despido. Recurrí en Tribunal y condenaron a la RAI a pagarme una indemnización y a ser reintegrado en mi cargo. Tomé la indemnización y con ella seguí mi propio camino para crear un tipo de periodismo alternativo al sistema comercial.

Mientras De Luca y Zavoli montaban el documental a su manera y reducían su duración, tiraron a la basura todo el material con el cual yo tenía planeado hacer dos servicios más. Es una lástima, porque se trataba de material sobre el papel de la CIA en América Latina y una buena cantidad de entrevistas únicas. Pero tuve la suerte de que el compañero compaginador robó la copia del trabajo de la versión española, que ellos no sabían que yo estaba haciendo simultáneamente.

Esta copia, que era material de trabajo y que cumple ahora 42 años, es la que ahora van a visualizar. De esta copia habría que haber obtenido la copia final, bien acabada, así es que será necesaria una gran paciencia y cierta imaginación para seguir el reportaje.

El contenido de esta copia está dividido en tres partes. Las dos primeras de una hora de duración y la tercera de 76 minutos. Son tres partes deliberada y técnicamente diferentes. La primera, el camino del Che hasta su llegada a Cuba, es un típico documento de reconstrucción histórica. La Segunda es el clásico reportaje periodístico sobre la muerte del Che.
En aquella época, la posición oficial era que el Che había muerto en combate y este trabajo fue el primero en desmentirla: la versión que emitió la RAI dejó pasar ese mensaje. La Tercera, que es la más importante, está elaborada como una entrevista de reflexión, una fórmula que en su época era muy novedosa.
Obviamente, hoy el lenguaje televiso es totalmente diferente. Es el tiempo de la imagen lo que es diferente. Es impensable hacer entrevistas de más de cinco minutos. El sueño del entrevistador de hoy es obtener una respuesta que sea más breve que su pregunta.

Twitter es un nuevo medio de comunicación que tiene muchas ventajas. Pero, por cierto una de ellas no es el análisis y la contextualización de los temas. El documental presenta al Che a través de los que le conocieron, desde el escolta que pensó en matarlo, hasta el campesino que lo denuncia, o al sargento que finalmente lo mata.

Yo conocí personalmente al Che, pero esa es una historia para otra ocasión. En este documental, el periodista deliberadamente sale de la pantalla y hace preguntas obvias, para que el espectador se sienta en diálogo directo con la realidad.

El mundo ha cambiado desde 1973, pero las razones del Che para intentar parar el camino de la coexistencia pacífica, se hacen hoy más evidentes. Más allá de lo racional y de lo realista que fuera el camino que lo lleva a morir en una escuelita de un pueblo en los Andes bolivianos, no hay duda que estamos de vuelta a los niveles de desigualdad social y de una finanza sin controles.
Según Oxfam, en 2025, Inglaterra regresará a los mismos niveles de injusticia social de los tiempos de la Reina Victoria. En aquella época un desconocido filósofo alemán, Karl Marx, escribía en la librería del British Museum sus denuncias contra la explotación de niños y mujeres.
Podemos considerar descabellado y pura aventura el camino del Che, pero tenemos que respetar su forma de sacrificio personal, ya que sabía que al fin del camino del enfrentamiento al capitalismo, el resultado certero era que se volvía a una época de explotación y de injusticias.

Esta proyección va a volver a mostrar, --a las "víctimas" que estén dispuestas a invertir más de tres horas a mirar un material de mala calidad-- un mundo diferente. Un mundo en el que la política significaba ideas y visiones y no eficiencia administrativa. En la que había gente dispuesta a morir por sus ideales, por equivocados que estos pudiesen haber sido. Un mundo en el cual los términos "justicia social" y "solidaridad" eran parte del lenguaje político y que hoy han sido eliminados. Un mundo en el cual los ciudadanos creían que era posible el cambio, mientras las fuerzas opuestas se expresaban con las armas.
Hoy, desgraciadamente, no hay necesidad de armas. Las finanzas controlan el status quo, el arma más temible del conservadurismo. En un mundo donde se gasta más por persona en publicidad que en educación, donde el mercado ha sustituido al hombre, creo que al final del documental descubriremos que en cada uno de nosotros hay un pequeño Che.

Roberto Savio